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Consulenti finanziari e opposizione alle sanzioni amministrative della Consob.
Sospesa l’efficacia esecutiva delle sanzioni interdittive e pecuniarie comminate dalla Consob ad un Consulente Finanziario: accolta dalla Corte d’Appello di Brescia la tesi dei difensori del Consulente Finanziario, Avv. Francesco Bochicchio e Avv. Lorenzo Del Giudice dello Studio Legale Bochicchio&Partners, per cui “l’applicazione della misura interdittiva accessoria della perdita dei requisiti di onorabilità e dell’incapacità temporanea ad assumere incarichi di amministrazione, direzione e controllo nell’ambito di società quotate, in quanto pur se di durata temporanea (12 mesi), non permettendo al ricorrente di esercitare la sua professione di consulente finanziario “fuori sede”, è idonea a produrre effetti ulteriori ed irreparabili, finendo per cagionare un pregiudizio definitivo e comunque assai difficilmente rimediabile, in termini di perdita di clienti, di avviamento professionale e di occasioni future di lavoro, a cui si aggiunge il pregiudizio economico a cui si troverebbe esposto il ricorrente in considerazione dell’assai elevato importo della sanzione pecuniaria (Euro 250.000,00) che sarebbe tenuto a corrispondere alla resistente, anche nel caso in cui ne avesse chiesto la rateizzazione.”
La Corte d’Appello di Brescia pertanto conclude affermando l’importante principio per cui “valutati i contrapposti interessi delle parti, deve riconoscersi maggiore valenza all’interesse del ricorrente alla tutela della sua attività lavorativa e al pregiudizio economico che dovrebbe sopportare in caso di esecuzione, rispetto all’interesse della Consob all’immediata esecuzione delle sanzioni inflitte”.

Osservazioni alla pronuncia della Suprema Corte n. 3000/2018. La Corte di Cassazione con ordinanza n. 3000/2018 del 9 ottobre 2018 depositata il 20 novembre, ha stabilito il principio di diritto relativamente ad una controversia con cui Banca Esperia (ora Mediobanca) reclamava la restituzione da parte di un suo cliente delle maggiori somme erroneamente corrisposte a conclusione di un’operazione finanziaria in strumenti derivati/opzioni “put”. Il cliente eccepiva la decadenza della Banca ai sensi dell’art. 1832 c.c. dal diritto di formulare contestazioni nei confronti dell’estratto conto, che pertanto doveva essere considerato approvato.
Si premette che è da sempre pacifico in giurisprudenza che il decorso del termine di cui sopra, dal che deriva l’approvazione dell’estratto conto, non impedisce in alcun modo azioni atte a impugnare vizi giuridici dell’operazione.
Le Corti di merito, di primo grado e di appello, di Torino, Foro competente nella causa in esame, respingevano le domande della Banca evidenziando che in questo caso si era verificato un mero errore di calcolo.
I difensori della Banca dello Studio Legale Bochicchio&Partners, impugnavano la sentenza di appello evidenziando che si era verificato un caso di indebito, che, per giurisprudenza pacifica, costituisce un vizio di legittimità, suscettibile di impugnazione anche decorso il termine.
La Suprema Corte ha accolto in pieno il profilo giuridico dedotto dai difensori dello Studio Legale Bochicchio&Partners, statuendo il principio di diritto secondo cui ogni indebito costituisce vizio di legittimità suscettibile di impugnazione oltre i termini decadenziali di cui all’art. 1832 c.c.: ha quindi rimesso la questione alla Corte di Appello competente per l’applicazione di detto principio di diritto.
Negli ultimi anni la Suprema Corte in due sentenze ha espressamente respinto ogni distinzione all’interno della categoria dell’indebito, che costituisce sempre vizio di legittimità, impugnabile anche oltre i termini di cui all’art. 1832 c.c..
L’avv. Francesco Bochicchio evidenzia l’importanza della decisione in esame in quanto è tale da confermare tale linea dell’irrilevanza di ogni distinzione all’interno della categoria dell’indebito, in seguito a riproposizione della distinzione da parte di importante Foro di merito, sia in primo sia in secondo grado. L’Avv. Bochicchio conclude che si poteva dire senza dubbio anche prima, ma adesso in modo addirittura eclatante: “De hoc satis”.

Grande successo in Cassazione dello Studio Legale Bochicchio&Partners.
Il decorso dei termini ex art.1832 c.c. non impedisce il diritto della Banca alla ripetizione degli accrediti non dovuti.

Leggi l’Articolo del Sole 24 Ore

Sussiste la legittimazione passiva di Ente Ponte e Banca incorporante ai sensi del d.lgs. 180/2015 per le obbligazioni generate dai rapporti giuridici oggetto della cessione.
In questo senso si è espresso con ordinanza del 22 ottobre 2018 il Tribunale di Napoli espressamente richiamando la conforme precedente pronuncia del Tribunale di Milano n.11173/2017.
Le passività corrispondenti a debiti risarcitori derivanti da inadempimenti contrattuali da misselling sono da ritenere incluse nella cessione dell’azienda bancaria disposta in favore di un Ente Ponte ai sensi del d.lgs. 180/2015, non essendo le pretese risarcitorie incorporate nelle azioni azzerate e non essendo state espressamente escluse dalla cessione le relative obbligazioni.
L’Avv. Francesco Bochicchio è stato nominato membro del comitato scientifico di  EFPA Italia – European Financial Planning Association.
Il nuovo comitato scientifico di Efpa Italia

Con la sentenza n.4676/2018 la Corte di Cassazione ha affermato il principio che i beni soggetti al regime della comunione legale coniugale rimangono disciplinati da tale regime anche dopo che i coniugi abbiano convenuto di adottare il regime di separazione dei beni. Prima di detta sentenza non vi era dubbio che, una volta che fosse convenuta l’adozione del regime di separazione dei beni, la comunione “legale” sui beni comuni sarebbe evoluta in comunione “ordinaria”, con la specificazione delle quote di appartenenza di ciascun coniuge sui beni già sottoposti al regime di comunione legale, e quindi con il risultato pratico che ciascuno di essi avrebbe potuto alienare la quota di rispettiva titolarità, senza consenso dell’altro coniuge.
Per la sentenza 4676/2018 per far cessare il regime della comunione legale non è sufficiente adottare il regime di separazione dei beni, ma occorrerebbe che i coniugi si accordassero con apposita convenzione anche di sottrarre i beni già oggetto della comunione legale al regime della comunione legale stessa, che altrimenti sarebbe ultrattivo.
Il principio affermato, del tutto inedito e sorprendente, mal si concilia con l’art.191 c.c. che menziona tra le cause di scioglimento della comunione legale proprio il “mutamento convenzionale del regime patrimoniale”.

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